Storia di “Ricerche slavistiche”

 

La storia di Ricerche slavistiche (RS), apparentemente tranquilla, è stata in realtà piuttosto movimentata: in 59 anni di vita, la rivista ha cambiato ora l’editore, ora la direzione, ora il segretario, ora il comitato scientifico, ecc. Chi è interessato a seguire nel dettaglio tutti questi cambiamenti può cliccare qui.

Ma i lettori della rivista, molto più che a questa movimentata storia esterna, possono essere interessati a due altri suoi tratti distintivi:

(a) quello di rispecchiare in sintesi la storia complessiva della slavistica universitaria italiana della seconda metà del secolo scorso, e

(b) quello di far sentire, nel mutato scenario del primo decennio del nuovo millennio, la voce austera della tradizione (senza nulla concedere a nuove mode o a passatismi preconcetti).

E infatti nelle pagine della prima serie (1952-1999) il lettore può seguire – nei contributi di studiosi polacchi, cechi, sloveni, bulgari, croati e serbi, ucraini, russi, e in quelli di slavisti americani, francesi, tedeschi, ecc., sempre più fittamente presenti col passare degli anni – i proficui contatti internazionali stabiliti dagli slavisti italiani con i colleghi di altri paesi.

Ma soprattutto, grazie a RS è possibile ripercorrere, in modo ampiamente documentato, le diverse fasi che hanno caratterizzato lo sviluppo degli studi slavi nelle università italiane, e precisamente:

(a) il periodo iniziale dei padri fondatori, attivi allora in poche sedi (Napoli, Padova, Roma), che si sono dovuti fondare quasi unicamente sulle loro forze e su quelle dei loro primissimi allievi (come per es. Evel Gasparini, laureatosi con Maver a Padova nel 1923) e di studiosi arrivati alla slavistica per più accidentati percorsi (come Carlo Verdiani), e sulla sporadica collaborazione di linguisti, storici e bizantinisti attenti a problematiche slavistiche, e di studiosi slavi non universitari attivi in Italia e in altri paesi non slavi;

(b) l’entrata in azione dei primi allievi di G. Maver, in particolare dei due filologi slavi che in seguito reggeranno la rivista (Riccardo Picchio, fino al suo trasferimento negli U.S.A., e poi Sante Graciotti), e quasi contemporaneamente di altri due loro coetanei, Nullo Minissi e Bruno Meriggi (anch’egli laureatosi con Maver a Roma);

(c) i lavori della 1ª generazione di filologi slavi, russisti e di specialisti in altri ambiti slavistici (polonisti, boemisti, serbo-croatisti, bulgaristi), destinati a ricoprire cattedre universitarie. Si tratta non solo di giovani formatisi alla scuola romana di slavistica (Anjuta Maver Lo Gatto, Angelo Ripellino), ma anche di studiosi di altra formazione, come Eridano Bazzarelli (laureatosi con V. Pisani, ma subito passato alla letteratura russa) e Ignazio Ambrogio;

(d) l’affermazione fin dai primi anni ’60 e poi per tutti gli anni ’70 di numerosi giovani studiosi (la 2ª generazione di filologi slavi, russisti e specialisti in altri ambiti slavistici), che hanno spesso studiato, oltre che nelle università italiane, anche nei paesi slavi, specializzandosi nelle varie discipline slavistiche;

(e) infine la generazione di filologi slavi, russisti e specialisti in altri ambiti slavistici che ha cominciato a pubblicare dalla metà degli anni ’80, molto variegata al suo interno, in cui si distinguono abbastanza nettamente un più folto gruppo di studiosi interamente concentrati su problematiche molto specialistiche e pochi continuatori della tradizione “maveriana” di studi filologici e comparativi slavi.

 

 

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